DA DOVE VENIAMO…

 

Questa opera-azione, un’installazione site specific con interazioni e accadimenti, prosegue e sviluppa una ricerca che Ugo Spagnuolo ha già avviato da anni, sin dall’appartenenza al duo artistico Radice di tre.

L’idea di partenza è quella di un’arte democratica dove il pubblico stesso è coprotagonista, interattore ed elemento costituente di un’opera che a sua volta è legata al luogo in cui è ambientata. L’incipit è quindi proprio il Museo e ciò che esso ospita: la mostra sull’Arte irregolare nella collezione Wurth.

La metodologia operativa è quella di un laboratorio aperto, progressivo e mai finito, che utopisticamente ha l’intento di creare un archivio totale della memoria individuale e collettiva.

Da dove veniamo…, domanda esistenziale sottotitolo e tema conduttore dell’operazione (che porta implicitamente con sé le conseguenti domande: dove siamo e dove andiamo), è il vuoto di memoria che si vorrebbe individuare, è la storia perduta di un viaggio nell’alterità, di un attraversamento talvolta violento che come una nascita ha condotto o condurrà in un altro mondo.

La finalità è di cercare, recuperare, svelare, far riemergere le tracce invisibili oscurate, dimenticate, cancellate o sottratte alla consapevolezza… di trascrivere e trasmettere questi segni. Nel luogo dell’azione debitamente allestito, si compie il serio gioco del rituale per il suggellamento del vuoto-pieno allocato in un archivio a oltranza.

Le bottiglie riempite divengono letteralmente la vetrina della memoria censurata o immemorabile, lapsus autoprovocati e indotti, eredità e bagagli (come valigie duchampiane), verità dissimulate, piccoli personali monumenti commemorativi… padri adottati e figli futuri… Un’attività laboratoriale tenuta dall’artista permetterà di approfondire gli aspetti più progettuali e concettuali conducendo i partecipanti a realizzare un vuoto di memoria più strutturato, che andrà anch’esso ad integrare l’allestimento nel giorno del vernissage 10.09.2016 e del finissage 01.10.2016 dalle 16.00 alle 18.00. Il pubblico per tutta la durata della permanenza dell’installazione sarà comunque invitato a realizzare i propri vuoti di memoria, con il materiale che sarà messo a disposizione in loco, le bottiglie andranno ad arricchire l’opera in continua crescita.

I vuoti di memoria di Ugo Spagnuolo: il rito della sigillatura delle bottiglie è stato Paul Gauguin, che con fare antropologico nel 1897, realizzò il dipinto intitolato: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, opera attraverso la quale, la contemporaneità s’interroga continuamente sui massimi quesiti esistenziali, sui rapporti intricati tra il senso della vita e la paura claustrofobica della morte, di un altrove indefinito e sconosciuto. All’interno di questo spazio impalabile ed estremamente sottile e labile, si pone al centro il concetto della memoria, in cui convergono i ricordi annebbiati di esistenze che un tempo furono o di circostanze di un passato recente, ma oramai profondamente remoto. Ugo Spagnuolo (Roma, 1964), pone dei quesiti profondi, che il più delle volte non hanno una risoluzione dovuta e pronta. Le memorie individuali e collettive vengono congelate e intrappolate nelle bottiglie; contenitori vitrei in cui i ricordi sono sospesi. In questa atemporalità, la bottiglia ha una funzione apotropaica ben designata; le memorie al loro interno vengono catturate e chiuse ermeticamente dal pubblico, che è parte integrante, sempre, nell’opera complessa di Spagnuolo. È un rito questo e, come ogni forma rituale, prevede un atto codificato secondo una norma calibrata. Scorrono velocemente, nell’attimo in cui il vuoto di memoria si serra, icone senza tempo, antiche e contemporanee che alludono al parto primordiale, a un viaggio senza ritorno, in cui superstiti tutti, approdano in atri isolati, spaesanti e stranieri. Il pellegrinare verso temperature angoscianti e ludiche al tempo stesso, conduce verso un percorso alto nella memoria iconologica e iconografica, a cui Spagnuolo guarda ora, con estrema destrezza. La mostruosità ctonia del minotauro, emblema del labirinto, esprime sul piano simbolico, la strada ardua e tenebrosa fatta dalle anime dei defunti per ritornare nel grembo materno, nel viaggio tellurico verso la rinascita. La sutra, accompagna nell’impresa ciclopica, il ritorno ardito attraverso simbologie cosmiche che si proiettano tramite la propria arcaicità, nella dimensione iconica dell’oggi. Il San Sebastiano di Antonello da Messina, trafitto dalle lame del martirio, tragico e teatrale, diviene nell’opera di Spagnuolo, un vuoto di memoria, un memento mori e un ecce veritas, di cui calibra l’uomo contemporaneo l’agonia lenta in un gioco arcano e sadico, che in fondo non ha più nulla di carnascialesco. Come nel cortometraggio del 1929, Un chien andalou di Luis Buñel, in cui le sequenze paiono deliri onirici spaesanti, così alla stessa stregua, le effigi nell’opera-azione di Spagnuolo, sembrano inghiottite in un vortice d’aria, sorrette dal nulla, in un movimento perpetuo verso le oscurità segrete della psiche, dove solo i ricordi e le memorie possono dare un senso all’esserci. Il rito della sigillatura delle bottiglie, (opera-azione e laboratorio aperto per l’Art Forum Würth Capena, in collaborazione con la scenografa Jolena Ceschel), è il luogo in cui si paralizzano icone e reminiscenze, dove si assolve sul piano culturale, al concetto complesso di presenza espresso da Ernesto De Martino, la capacità cioè di riportare alla luce quelle esperienze personali e collettive che la tradizione rievoca per rispondere pienamente a una crisi, che è data poi dall’incomprensibilità dell’uomo per la morte, percepita come scandalo, come spazio straniero. Lo afferma bene l’antropologa Ida Magli: “Ogni rituale, infatti, come ogni preghiera, non pone mai delle vere domande, non arriva mai al dubbio, perché l’interlocutore cui si rivolge è Dio”.

Fabio Petrelli (Storico dell’Arte)

Questa opera-azione, un’ installazione site specific con interazioni e accadimenti, prosegue e sviluppa una ricerca che Ugo Spagnuolo ha già avviato da anni, sin dall’appartenenza al duo artistico Radice di tre.

L’idea di partenza è quella di un’arte democratica dove il pubblico stesso è coprotagonista, interattore ed elemento costituente di un’opera che a sua volta è legata al luogo in cui è ambientata. L’incipit è quindi proprio il Museo e ciò che esso ospita: la mostra sull’Arte irregolare nella collezione Wurth .

La metodologia operativa è quella di un laboratorio aperto, progressivo e mai finito, che utopisticamente ha l’intento di creare un archivio totale della memoria individuale e collettiva.

Da dove veniamo… , domanda esistenziale sottotitolo e tema conduttore dell’operazione (che porta implicitamente con se le conseguenti domande: dove siamo e dove andiamo), è il vuoto di memoria che si vorrebbe individuare, è la storia perduta di un viaggio nell’alterità, di un attraversamento talvolta violento che come una nascita ha condotto o condurrà in un altro mondo.

La finalità è di cercare, recuperare, svelare, far riemergere le tracce invisibili oscurate, dimenticate, cancellate o sottratte alla consapevolezza… di trascrivere e trasmettere questi segni.

Nel luogo dell’azione debitamente allestito, si compie il serio gioco del rituale per il suggellamento del vuoto-pieno allocato in un archivio a oltranza. Le bottiglie riempite divengono letteralmente la vetrina della memoria censurata o immemorabile, lapsus autoprovocati e indotti, eredità e bagagli (come valigie duchampiane), verità dissimulate, piccoli personali monumenti commemorativi… padri adottati e figli futuri…

Un’attività laboratoriale tenuta dall’artista permetterà di approfondire gli aspetti più progettuali e concettuali conducendo i partecipanti a realizzare un vuoto di memoria più strutturato, che andrà anch’esso ad integrare l’allestimento nel giorno del vernissage 10.09.2016 e del finissage 01.10.2016 dalle 16.00 alle 18.00. Il pubblico per tutta la durata della permanenza dell’installazione sarà comunque invitato a realizzare i propri vuoti di memoria, con il materiale che sarà messo a disposizione in loco, le bottiglie andranno ad arricchire l’opera in continua crescita.